Dove va la sanità italiana dopo 40 anni di SSN?/A colloquio con il Commissario straordinario dell’ASL TA Stefano Rossi

Era l’anno in cui Giovanni Leone si dimise da presidente della Repubblica a causa dello scandalo Lockheed e che portò al Colle Sandro Pertini. Era anche l’anno in cui l’Italia era governata da Giulio Andreotti. Ma non è tutto, perché è lo stesso anno in cui venne rapito e ucciso Aldo Moro. Lo stesso anno in cui la platea di Sanremo si emozionava sulle note di “…e dirsi ciao” dei Matia Bazar e in cui la fumata bianca della cappella Sistina annunciava al mondo intero l’elezione del 264° Papa della Chiesa Cattolica, Karol Wojtyla.

Insomma era il 1978. Lo stesso anno in cui una rivoluzione culturale, che aveva anche una grande vocazione di democrazia, stava per investire il paese. Ovvero l’introduzione del Sistema Sanitario Nazionale italiano, sancito dalla legge n. 833 del 23 dicembre 1978.

Prima della sua nascita, la sanità italiana ruotava intorno alle casse mutualistiche (come ad esempio l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie – INAM), all’interno delle quali confluivano i versamenti (obbligatori) dei lavoratori. E solo in questa maniera era possibile accedere alle cure mediche e ospedaliere. Il diritto alle cure quindi era strettamente subordinato all’essere lavoratore o un suo familiare.

Questo sistema all’epoca presentava due grossi limiti. Il primo erano i numerosi casi di chi non poteva usufruire delle cure mediche, ovvero chi non lavorava. E il secondo era la disomogeneità nell’erogazione delle cure derivanti dalle diverse formule adottate dalle compagnie.

Ma proprio questi sono i limiti che la legge n. 833 del 23 dicembre 1978 riuscì a superare con la creazione del nuovo SSN. Insomma, un sistema capace di ruotare sui principi dell’universalità, della gratuità, dell’uguaglianza e, soprattutto, della dignità dell’individuo.

Un sistema dunque nato intorno al cittadino, che potesse rispecchiare in toto l’articolo 32 della Costituzione italiana (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”).

Ed è proprio in occasione dei 40 anni di SSN italiano che la ASL di Taranto ha organizzato per domani (venerdì 18 maggio), presso la sede di Taranto dell’università degli studi di Bari, un convegno internazionale dal titolo “1978-2018: il Servizio Sanitario Nazionale 40 anni dopo. Quale futuro?”. Un evento (coordinato dal direttore delle strutture Socio Sanitaria e Comunicazione e Informazione Istituzionale della ASL TA, Vito Giovannetti), per discutere e confrontarsi con altri esperti in sanità, sia nazionali che internazionali, ma anche per disquisire sulle prospettive future della sanità italiana attraverso una comparazione con gli altri sistemi sanitari d’Europa. Un incontro dall’alta valenza culturale che racchiude in se importanti spunti di riflessione, insignito anche della Medaglia del presidente della Repubblica.

Allora dove va la sanità oggi dopo 40 anni di SSN? Per capirlo meglio, abbiamo scambiato due “chiacchiere” con il Commissario straordinario (già D.g.) della ASL TA, Stefano Rossi.

Il senso di questa giornata non è soltanto di carattere celebrativo, ma è un momento di riflessione e, oserei dire, anche una sorta di ‘tagliando’ di quella che è stata una legge istitutiva fondamentale per il nostro sistema-paese. Si tratta sicuramente di un fiore all’occhiello, perché quello che offriamo noi, in termini di prestazioni, è un qualcosa che tutto il mondo occidentale ci invidia.

Ma la società oggi è cambiata e con lei sono cambiate anche le esigenze e la domanda di salute. Non si tratta più di una domanda di buona sanità, ma è diventata una domanda di salute all’interno di una società che è sempre più anziana e di conseguenza più cronica. Per cui, anche il tipo di offerta deve essere modificato.

Quindi l’approccio a questa giornata congressuale dev’essere un approccio sociologico e non squisitamente sistemico, né clinico, né giuridico o economico. Sociologico perché dobbiamo avere il coraggio di guardare e riflettere su come sta mutando la società e su come sono cambiate e come stanno cambiando le esigenze e quindi le risposte del Sistema Sanitario italiano. Noi oggi, per esempio, registriamo purtroppo tante richiesta di prestazioni sanitarie che in realtà nascono da esigenze di natura sociale“.

 

In questa ottica, parlando della popolazione sanitaria sempre più anziana, ci viene in mente che oggi capita molto spesso che i cittadini accusano le istituzioni per la chiusura dei piccoli ospedali di provincia. Ospedali però sprovvisti di numerose specialistiche.

Questo non deve accadere più nella maniera più assoluta. Perché l’ospedale negli anni passati era considerato una specie di ‘totem’, un ‘baluardo’ che rappresentava la sicurezza sociale, ma oggi non è più così. Oggi invece servono pochi ospedali, molto accorsati, che abbiano al loro interno tutte le discipline e una tecnologia all’avanguardia. Ma è ovvio che questo non è possibile trovarlo dappertutto e fra l’altro non serve neanche averlo dappertutto“.

 

Quindi nei territori circostanti, senza ospedale cosa serve davvero ?

Accanto a questi ospedali grandi (dislocati solo nei grossi centri – ndr) serve un sistema territoriale come le Case della Salute, i Presidi Territoriali di Assistenza e soprattutto una medicina di base che deve anch’essa mutare ed evolversi.

Se andiamo a guardare i sistemi d’oltralpe (infatti è proprio questo il senso del convegno, ovvero misurarsi con gli altri sistemi), quelli francesi o inglesi, possiamo notare che anche il tipo di risorse umane vengono utilizzate diversamente. Per esempio in Inghilterra ci sono molti infermieri, che svolgono molte più mansioni che qui in Italia. E noi dobbiamo, secondo me, riqualificare la nostra offerta di salute sotto questa nuova ottica. Quindi noi dobbiamo puntare sul così detto personale di comparto, soprattutto infermieristico, e addestrarlo in maniera tale da poter offrire molte più prestazioni. Che fra l’altro sono proprio quelle tipologie di prestazioni che servono di più alla popolazione, soprattutto a quella più anziana, quindi più cronica, della quale accennavo prima“.

 

Comunque il Sistema Sanitario Nazionale italiano è considerato da sempre fra i migliori al mondo. E non lo diciamo noi, lo dice l’OMS.

“Certo… quello dell’universalità, della gratuità sono alcuni dei punti di forza di questo sistema. Punti che in altri paesi non ci sono”.

 

A volte ci si chiede se la gestione decentralizzata del Sistema Sanitario alle Regioni abbia portato giovamenti o meno.

Proprio qualche giorno fa sono stato a un congresso, organizzato dall’A.Re.S., in Regione, al quale ha partecipato anche il Presidente Emiliano. Ci siamo confrontati con gli esponenti della Bocconi, facendo una riflessione in particolare. Ovvero la decentralizzazione c’è stata, è vero, ma in realtà nelle Regioni come la nostra, che vengono fuori dal Piano di Rientro, il passaggio alla piena operatività non è più determinato neanche dal ministero della Salute, ma dal ministero dell’Economia e delle Finanze.

Quindi, anche se non è emerso normativamente, in realtà una sorta di ricentralizzazione di fatto c’è già. Parlo in particolare della Puglia, nella quale non abbiamo sempre una certa autonomia di manovra per mettere in campo le nostre scelte e le nostre strategie, proprio perché queste devono prima essere ‘concordate’ con il ministero dell’Economia e delle Finanze.

Però il nostro sistema (quello pugliese) è comunque in equilibrio, perché la Regione Puglia ormai da anni garantisce ottime risposte, senza sforamenti dal punto di vista del bilancio, riuscendo comunque a garantire il pareggio. Noi come tante altre Regioni. Insomma da questo punto di vista c’è un’accortezza che forse negli anni passati non c’era, anche nella sostenibilità del sistema“.

 

Un esempio di buona sanità da perseguire per il futuro.

Basterebbe diffondere alcune, buone pratiche. Per esempio (parlando della sanità jonica), a Massafra c’è un Presidio Territoriale di Assistenza, all’interno del quale c’è un gruppo di medici di base che insieme agli specialisti ambulatoriali (e coadiuvati dalla tecnologia presente in quella stessa struttura), sono in grado di soddisfare gli effettivi fabbisogni di un’intera comunità.

Questo è un esempio di una realtà virtuosa. Non si tratta di una realtà che abbiamo inventato noi, perché è un modello esistente già in altre parti dell’Italia (dove vengono chiamate case della salute o presidi territoriali d’assistenza). Insomma, noi contiamo di replicare questo modello anche in altre parti della provincia di Taranto. Ed è questo il modello di sanità al quale dobbiamo guardare“.

 

Il convegno della ASL TA è comunque alle porte. Tante le idee e tante le riflessioni.

Si, in questi giorni sono andato a guardare alcune relazioni e lavori preparatori fatti prima che venisse emanata la legge. Ho trovato dei passaggi di assoluto interesse che mi piacerebbe rileggere insieme durante il convegno. Questo perché si è parlato tanto di quanto è stato profondo lo sforzo comune dell’istituzione di quel tempo. La maggioranza e l’opposizione che si sono ritrovate insieme intorno a quella filosofia che ancora oggi è attuale. Ecco, magari ritornare a quel ‘sentimento’, a quella comunanza di intenti sarebbe fantastico“.

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